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Sul
restauro
Restaurare non è e non può essere un “ritorno all’origine”; per noi
poveri mortali e per i nostri mortali oggetti la freccia del tempo continua a
viaggiare in un’unica direzione (mi scusino i benemeriti Eistein, Schrodinger,
Heisenberg…). L’intervento di restauro è un’insieme di operazioni atte a
posticipare il più possibile il dissolvimento funzionale, fattuale, estetico di
un oggetto ritenuto degno (da una comunità o da un individuo) d’essere
conservato il più a lungo possibile.
Pensare di poter donare l’immortalità all’oggetto o di poterlo traghettare verso
un nuovo inizio è utopico, agire per procrastinare la sua sostanziale caducità è
possibile.
Un oggetto antico rappresenta essenzialmente un unicum: unica la sua artigianale
manifattura, unica la sua storia. Ogni intervento di restauro riflette tale
unicità: il restauratore deve di volta in volta allestire una strategia
operativa adeguata alla singolarità oggettuale cui si trova di fronte. Non
esiste una casistica preordinata e non esiste un fare precostituito o seriale.
Il restauro è un’arte intrinsecamente creativa.
Ogni intervento restaurativo è guidato da principi etici, conoscenze
scientifiche e storiche, attualizzato con tecniche operative. Etica, Scienza e
Tecnica sono le Muse a cui ogni poeta-restauratore (nessuna autocelebrazione: v.
l’etimo di “poiesis”) deve appellarsi. Inutile soffermarsi sulle specifiche
d’ognuna d’esse: tanto si è scritto sulle istanze
etico-conoscitivo-metodologiche cui un restauratore deve sottostare, quanto meno
dal Brandi in poi (istanza materica, storico-scientifica, estetica…). Ma oltre
al già celebrato trittico museale, aggiungerei, ad onor del reale, almeno un
altro pilastro che sostiene o dovrebbe sostenere l’attività restaurativa: la
Passione (eros o agape?). Impossibile essere bravi restauratori se non si “ama”
l’oggetto da sottoporre ad intervento.
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